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4 Note

Tutti con Tracey sul Ponte vecchio

Bedsit Disco Queen, l’autobiografia di Tracey Thorn, è appassionante, commovente, profonda come la voce dell’autrice quando canta. In più è divertente. 

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Ecco a voi, per esempio, un raccontino dalla prima tournée degli Everything But The Girl, con i nostri due eroi sballottati in giro per l’Italia senza capirci molto.

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On a day off, Ben and I went for a stroll around Florence and found ourselves being pursued by a shouting mob of teenagers, whose numbers swelled on each street corner as they picked up passers-by. We sped up, trying to escape, but they kept up with us. It was like the Keystone Kops meets an episode of The Monkees. Halfway across the Ponte Vecchio, they got close enough that we could hear their voices. 

“Hey! Matt Bianco! Matt Bianco!” they were shouting. 

This was too much. We stopped in our tracks and wheeled about to face them. With forty kids bearing down on him, Ben stood his ground and shouted: “We are NOT fucking Matt Bianco”.

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Una conoscenza che lavora nel mercato editoriale mi è sembrata scettica sull’eventuale uscita italiana del libro perché, dice, è roba che “vende poco”. Vabè, compratevelo in inglese. 
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Alberto Notarbartolo è un vicedirettore di Internazionale molto appassionato di musica e dischi.

Note

Dite NO all’ora legale!

Scrivete al sindaco, al presidente della regione, a Monti, a Napolitano!

Come ogni anno, in questo giorno difficile ecco una pubblicità-progresso d’annata. 

3 Note

Enzo Jannacci (1935-2013)

Secondo me a Vincenzo detto Enzo Jannacci un coccodrillo non sarebbe piaciuto molto. Quindi niente chiacchiere su quanto sia stato un artista fondamentale nella musica italiana, leggera o no, mah.

Per me è stato una presenza costante da quand’ero bambino, tra i dischi del babbo, rarissima eccezione alla mia assurda dieta a base di opera lirica e Raffaella Carrà. 

È stato anche il mio primo concerto pop, al Teatro Quartiere di piazzale Cuoco, momento anni settanta di una Milano irriconoscibile, e il mio primo autografo, che andai a chiedergli tutto timidino dopo il concerto. Ce l’ho ancora, su un biglietto da visita di mio padre. 

In quegli anni mi capitava d’incontrarlo la domenica, quando facevo una passeggiata in zona col papà e lui stava ai giardini di largo Marinai d’Italia con Dario Fo, che allora gestiva/occupava la Palazzina liberty, altro tesoro marginale della mia città.

Ora Jannacci mi manca. Dovrebbe mancare a tutti. 

Non so che canzone scegliere per metterla qui. La luna è una lampadina? Andava a Rogoredo? El portava i scarp del tennis? Veronica? Niente? Vengo anch’io. No, tu no? Prete Liprando e il giudizio di DioPrendeva il treno? Vincenzina e la fabbrica? Basta, mi fermo, sceglietene una voi a caso, sono tante e tutte splendide. Meglio tra il 1964 e il 1980. 

Qui c’è una breve, spietata analisi della borsa, 1975.

E qui c’è una canzone che non era sua, ma che Jannacci cantò in italiano milanesizzandola meravigliosamente. Quando avevo sei anni e me ne stavo sotto casa ad aspettare il 23 al freddo, il suo Pedro Pedreiro che aspettava triste il tram era un mio amico.

Peccato che teneva al Milan.

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Cosa non si fa per i soldi

Compie 35 anni White music, il primo album degli XTC, come ci ricordano le divertenti Rock’s backpages del Guardian. Venivano da Swindon, la città inglese più deprimente nella quale io abbia messo piede, e con il loro esordio gettavano le solide basi per diventare uno dei più grandi gruppi (IL?) del cosiddetto post punk dal nostro lato dell’Atlantico.

Nel gennaio del 1978 l’Italia mainstream cominciava appena a digerire il punk non post. In sostanza, faceva figo. Erano cattivi! Facevano cose poco perbene, tipo dire mucchi di parolacce o mettersi le spillone da balia in bocca!

Le povere major del disco avrebbero fatto qualsiasi cosa per vendere tre album in più, e in casa Ricordi, che distribuiva in Italia la Virgin, pensarono di approfittare del momento. Così la tiratura italiana di White music provò a trasformare questo spettacolare album di pop elettrico in qualcosa di più attraente per i teenager, sbattendoci a destra un’improbabile scrittina biancorossa.

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Se l’avessero saputo, magari ad Andy Partridge e soci sarebbe piaciuto. Anche se dal secondo album in poi avrebbero sfornato giochini ben più ragionati per presentare le loro meraviglie.

Come una copertina dattiloscritta, con insertino da sovrapporre per riuscire a leggerla tutta, per Go 2 (cosa interessante: la grafica era dello studio Hipgnosis di Storm Thorgerson, che era famoso soprattutto per i trionfi con gente tipo gli Yes, i Pink Floyd o i Led Zeppelin).

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O, per Making plans for Nigel, un 45 giri con la copertina che si apre per diventare un gioco dell’oca con l’eroe della canzone contro la sua insopportabile famigliola.

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Lato cavoli miei, devo gli XTC al compagno di classe Carlo, che verso il 1983 mi disse che non potevo vivere senza conoscerli. Aveva ragione: grazie Carlo. Mi portò anche al mio primo concerto pop vero. Visto che ora vivo a Roma, da 19 anni, mi mette allegria aver debuttato con un artista che da queste parti resta molto impopolare.

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Qualche riga più su, quando parlavo di spillone da balia, pensavo a un’altra copertina, quella di Ça plane pour moi di Plastic Bertrand, un simpatico belga che nel 78 cercava di vendersi come punk anche se non lo era.

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Rivelerà la sua vera personalità qualche anno dopo.

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PS: per più roba su Go 2, e la riproduzione del davanti, c’è l’ottimo Sleevage.

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Un po’ leggenda, un po’ no

Per Natale esce Le 5 leggende, un film che mi fa simpatia solo perché dalle nostre parti la quinta non è per niente leggendaria: Sandman.

Per me lui è solo il protagonista una vecchia, canticchiabilissima hit delle Chordettes. Un utile videino da YouTube ci permette di riscoprire questa introduzione al nostro eroe nell’America anni cinquanta. Ci sono anche le parole. Una più delle altre: bam!

Si scopre anche che tra gli ideali di bellezza delle signorine c’era Liberace. Dà da pensare. Fatelo, se vi va.

Intanto io ora vorrei che il bravo collega Giovanni Ansaldo si lanciasse in uno dei suoi proverbiali giochini: presto, dieci canzoni con la sabbia!

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Le felicità del vecchio Werther

Il Werther di Massenet è un’opera che dalle nostre parti è passata di moda, ammesso che lo sia mai stata se non come veicolo promozionale da tenore. 

Se comprate il mensile francese Diapason di novembre avrete modo di ascoltarla e decidere se secondo voi varrebbe la pena di farla tornare in circolazione più spesso. E soprattutto vi farete entrare in casa uno di quei tenori come non se ne fanno più: Georges Thill

Non se ne fanno davvero più: è tutta una scuola di canto che si è persa. E che permetteva agli artisti intelligenti di gestirsi un repertorio pauroso senza sfracellarsi: quest’uomo cantava il Werther e il Parsifal. E lo faceva con una voce che, come sintetizza la Wikipedia francese, era virile, souple et élégante

Il Werther di Thill, annata 1931, è uno dei classicissimi della storia del disco. Esiste in mucchi di ristampe fatte più o meno bene. Questa non sente malaccio, ed è gratis. Lo consiglio assai. Magari poi scoprite che vi piace anche Massenet. 

Per premio eccovi un assaggino di Thill, per sentire una meraviglia e per il piacere di sentire la Bohème in francese.

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Tempesta pop

Non c’è da scherzare su cose come l’uragano che sta devastando mezzo continente, però ha un nome che piace tanto ai songwriter degli Stati Uniti. 

Io è da quattro giorni che mi canticchio tutto il tempo la Sandy di Dion.

Certo, quella più high profile è del Boss.

E la mia Sandy generazionale da teen ager è quella del povero Travolta stranded at the drive in.

Probabile che ce ne siano altre, ma non è il momento di immergersi in ricerche sceme. Tre Sandy pop bastano. 

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Una vacanza non tubolare

Se si voleva della musica, ad agosto a Edimburgo non c’era solo Wagner: tra i miliardi di spettacoli del Fringe c’era anche Tubular Bells for Two

È quello che sembra: due australiani pazzi che suonano tutto il megapezzo prog ossessivo delirante di Mike Oldfield da soli, con una ventina di strumenti. Come sottolinea lo slogan promozionale: “One album, two men, too many instruments”. Ah ah ah! 

Sulla carta è divertentissimo, ma ogni volta che lo racconto a qualcuno, aggiungendo tipo “peccato che non ci sono andato”, ricevo sguardi pieni di allarme e compassione, con commenti che suppergiù sono tutti del genere “Tubular Bells? Tutto? Piuttosto vendo mia sorella ai turcomanni”. 

Vabè. Secondo me era divertente. Se ricapita in questo emisfero, o se passo da Sydney al momento giusto, ci vado.

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Isotta batte Tristano

Edimburgo ad agosto è un’incontenibile marea di festival, mostre, spettacoli, musicisti da strada e – soprattutto? – volantini. Io per un Ferragosto snob sono andato alla meravigliosa Usher Hall a sentire Tristano e Isotta in forma di concerto. Occasionissima: Wagner, rarità nella mia vita di ascoltatore, e metapastrocchio politico con amore, sangue e trasfigurazioni tra Irlanda e Cornovaglia portati in Scozia da un’orchestra del Galles. 

Forse per il vecchio Richard, che per raggiungere la perfezione del Wort-Ton-Drama che aveva in mente si era costruito un teatro apposta, il suo lavoro cantato da dei signori in borghese impalati davanti all’orchestra sarebbe un sacrilegio. Non avrebbe tutti i torti, ma è comunque tanto meglio dello stereo di casa. 

Di sicuro l’esecuzione in forma di concerto rende l’impatto delle voci completamente diverso rispetto a quella in un teatro lirico e, soprattutto in opere come questa, ribalta la percezione dei cantanti. Non so cosa succeda a Bayreuth ma di sicuro alla Scala, il paio di volte che osai mettere Wagner nella mia dieta di giovane spettatore (tipo un Parsifal con Domingo), le voci dei solisti arrivavano immerse nell’orchestra, quando non sommerse. Qui svettavano tutti, maschi e femmine, come dei Manrichi di Senso con il loro spadone sulla testa del pubblico. Equilibrio falsato, figurona per i solisti moltiplicata. 

Ed è qui che è arrivata l’unica parziale delusione della serata, il Tristano di Ben Heppner. Gli anni sono passati anche per lui (e il tanto Wagner della sua lunga e illustre carriera immagino li faccia passare più in fretta): più la sua parte saliva e più era come se qualcuno gli abbassasse il volume. Ne usciva bene nei momenti più lirici e, nel terzo atto, quando il nostro eroe è più morto che vivo. Appena s’arrabbiava o si godeva gli effetti dell’elisir, spariva. Resta un interprete vario e pieno di momenti emozionanti, ma temo che in teatro sarebbe davvero in difficoltà.

Se Tristano aveva l’aria vecchietta, Isotta era un portento di gioventù, forza e bellezza. Jennifer Wilson non è una megastar, ma mi ha fatto un’impressione quasi violenta per impatto fisico, prima ancora di farmi sentire quanta varietà di colori si può mettere in questa vocalità tanto estrema e diversa da quella che ascolto di solito. 

Non mi metto neanche a parlare del resto del cast (ero in seratona: mi son piaciuti tanto tutti), se non per segnalare che re Marke non era quello indicato dal sito del festival, ma Jan-Hendrik Rootering. Orchestra e coro della Welsh National Opera diretti dal loro Lothar Koenigs con affettuosa efficienza. 

Mi è rimasta la voglia di sentire tutta l’opera da capo. Pescherò tra le mie due edizioni in disco. Una è quella di Karl Böhm da Bayreuth 66, che avevo preso moolti anni fa per dovere educativo. L’altra mi è entrata in casa da poco, courtesy della boxmania che travolge le major del disco: Carlos Kleiber. Sono evidentemente raccomandatissime anche senza bisogno che lo dica io, che di questo spicchione di storia della musica so veramente molto, molto poco. 

Lo scatolo di Kleiber prendetelo subito, dai, anche se non volete Wagner.

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7 Note

courtesy of Taroo.
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